Prologo:
vite a confronto (I’m not okay)
Chissà a
quante persone è capitato di odiare la propria vita. A me circa una decina di
volte al giorno, circa tante quante sono le volte che passo in bagno a
gingillarmi col mio amichetto dei paesi bassi.
E’
soffocante ed odioso vivere nei miei panni.
Ehi, prima
che vi facciate un’idea sbagliata del sottoscritto: NON SONO UN LAMENTOSO E NON
MI PIANGO ADDOSSO, CHE SIA CHIARO. Sto semplicemente esponendo la verità.
Non sono un
lamentoso soprattutto perché non me ne sto con le mani in mano odiando
semplicemente questa villa color
bianco-talmente-bianco-che-pare-lavato-con-la-candeggina. Odio questo posto? Ne
faccio il mio campo di guerra.
Io sono il
gran comandante dell’Armata del Sangue, e i miei genitori sono delle dannate
formichine che devo schiacciare.
E, per
cominciare, visto che l’Armata del Sangue deve ancora nascere, mi accontento di
far girare le palle come Dio comanda ai miei ‘adoratisssssssimi’ genitori.
Come?
Intanto,
vestendomi semplicemente da folle sanguinario. Comportandomi come mi pare e
piace, nel modo più odioso possibile. Facendo loro fare figure di merda con
gente importante. Poi si vedrà. Magari comincerò ad imbrattare i muri di
scritte rosso sangue.
Oggettivamente,
vista da fuori, la mia vita è una perfezione dopo l’altra.
Sono ricco
sfondato, vivo in una casa che potrebbe contenere tutto lo Stato del Vaticano,
milioni di ragazze (ma anche ragazzi – per la serie, nella vita si accetta quel
che viene) mi girano attorno perché, in tutta modestia, sono un gran pezzo di figo…
Ma mi sento
soffocato. In queste quattro mura mi sento un’esistenza inutile, un corpo che
prosegue la sua vita senza un motivo, come una matassa di polvere sospinta dal
vento… non riesco a non sentirmi un inutile soprammobile. A volte.
Se per
sentirmi qualcuno devo fare l’idiota, il pazzo furioso, il violento… mi piace,
e continuerò. Adoro affermarmi nel modo più vandalo possibile, è eccitante ed
elettrizzante, e sadicamente piacevole è vedere i volti dei miei genitori
impercettibilmente deformati dalla rabbia e dall’immenso desiderio di far
diventare la mia testa un trofeo da caccia, desiderio immediatamente soppresso…
le apparenze prima di tutto, e non si può certo malmenare un figlio o svuotare
il suo corpo per poi riempirlo di ovatta e usarlo come animaletto impagliato,
no? O almeno nell’alta società è una pratica vista molto male dai benpensanti.
E’
incommensurabile il piacere di sentire i propri genitori come marionette tra le
mie mani, il sottile godimento di poter fare quel che voglio… unica cosa che
non mi ha ancora mandato al suicidio.
“Jimmy,
caro, vieni che la cena è pronta”
Lo fa
apposta a dire tante parole con la erre?
Mi ha
chiamato la balena – affettuoso soprannome di mammina
–, con la sua vocina da oca giuliva, con quella sua dannata erre moscia. E’ una
cosa estremamente urtante per i miei poveri e fragili nervi, mi piacerebbe
ficcarle una mano in gola per strapparle la corda vocale – sempre che ci sia –
che le permette di emettere quell’odiosissimo suono…
“Arrivo,
madre adorata, arrivo” rispondo, imitando alla perfezione il suo stupido tono
vocale tutto zucchero, erre moscia compresa.
Noncurante,
le mani in tasca, mi dirigo verso la sala da pranzo.
Il topo –
il papino caro, adorato pure lui – ha a pranzo ospiti
importanti, ragion per cui mi sarei dovuto vestire da Piccolo Lord, o quasi.
Col cacchio.
Una scossa
elettrica mi passa per la schiena appena entro nella grande sala da pranzo, col
mio classico passo spedito e spavaldo, sentendo gli sguardi attoniti d’ogni
essere vivente respirante puntati su di me, sul mio corpo, sui miei vestiti.
Non ne guardo in faccia neppure uno, ma è come se vedessi perfettamente i loro
occhi cominciare a squadrarmi partendo dall’alto : sorrido nel sentire la loro
attenzione partire dalla testa, dai capelli nerissimi, corti, pettinati in
stile dita-nella-presa, le iridi rosse (perché
cacchio non li ho veramente così e mi devo accontentare delle lenti a
contatto?! Cazzo!!), gli occhi cerchiati di nero (no, non sono un panda, e se
qualcuno fra ‘sti vecchi osa farmelo notare gli
strappo il cuore a mano) – di cui uno coperto da una benda – e dello stesso
colore sono le unghie smaltate. Al collo, bianco come quello di un vampiro –
come il resto della pelle –, un collare di pelle nera, adorno di borchie.
Camicia nera chiusa – fatta eccezione per un paio di bottoni in basso – anche
se me la potrei permettere anche tutta aperta grazie al fisico alto, slanciato
e snello (e NON sono narcisista, eh!), ma non mi piace – cravatta (e sì, un
tocco di eleganza posso concederglielo a questi …) rosso sangue, ornata di
spille da balia (… ma anche no) ; rosse anche le molte croci stampate sul tessuto
di cotone leggero della blusa, perfettamente in tinta con i pantaloni, larghi e
ovviamente sdruciti su punti quali le ginocchia, e leggermente sotto le
chiappe.
Con la
massima naturalezza, mi siedo di fianco a mio padre.
“Yo, daddy” pronuncio, sorridendo
diabolicamente.
Riesco a
catturarlo, l’impercettibile tremore del corpo, unico particolare traditore
della sua incredibile voglia di finirmi a furia di calci in culo…
“Buonasera,
James” dice, invece, con tono calmo.
…
GLI SPACCO
Sotto il
tavolo, gli rifilo un calcio nello stinco – e FA MALE, soprattutto visto che ho
gli anfibi addosso.
“Chiamami
di nuovo James e il calcio t’arriva nei denti” gli sibilo.
ODIO essere
chiamato James. Lo detesto, è un nome orribile, e da maggiordomo… in più è un
nome presente in uno dei libri di Harry Potter… che ORRORE.
Io sono
solamente Jimmy. Diavolo con la faccia d’angioletto impunito.
“B…
buonasera, Jimmy…” ripete.
Capito chi
comanda, qui?
‘Onora il
padre e la madre’… puah. Stronzate.
Ho stima
solo di chi se la merita ai miei occhi. E, per ora, l’unico ad essersi
dimostrato degno di questo onore è il sottoscritto.
“Così…
questo è suo figlio?” pronuncia una voce da vecchio alla mia destra, rivolto a
mio padre.
“… sì”
risponde lui, con un attimo d’esitazione. Dal tono si capisce quanto vorrebbe
totalmente negare la mia appartenenza a questa perfetta famiglia di merda.
“Che scuola
fai, ragazzo?” mi domanda sempre la stessa voce. Non so chi sia, né tanto meno
mi interessa, visto che continuo a tenere la testa rivolta da tutt’altra parte.
“La scuola
del nulla, vecchio” replico, con la voce incolore.
“Scusa?”
“Va al
classico … seconda liceo del classico!” mi corregge il mio caro papà, a
malapena in tempo per salvare le apparenze.
Prima stronzata della serata.
Classico ?
Abbandonato l’anno scorso. Ma, OVVIAMENTE, essendo figlio di mio padre, non
posso non andare a scuola, non posso essere il classico diciassettenne che non
fa un bel cazzo da mattina a sera, come invece faccio.
“Ah… ed è
un bravo studente?”
Ma
quest’uomo non ha nient’altro da pensare che a me? Ci sta provando con me?
Papà, hai
invitato a cena uno sporco finocchio pedofilo, AH!
“Ottimo,
direi”
Seconda!
Quando
ancora frequentavo, andavo una merda… ma non sono stupido. Sono semplicemente
pigro, nullafacente, cazzeggiatore per vocazione e,
oramai, professione. Ah, e odiavo latino, greco, epica, italiano, storia,
geografia, matematica… e religione. Ma sono realmente intelligente.
Nei miei
pregi ho incluso l’innata modestia?
“E ha già
la fidanzatina?”
Ma come minchia parla?
Che c’è,
spera che se sono single ci stia con lui?
“Sì, una
ragazza squisita, di ottima famigli…”
“Ah…”
… il
vecchio sembra deluso.
Okay …
STO STRONZO
CI STA SCHIFOSAMENTE PROVANDO CON ME!! MA PORCA PUTTANA!!
(anche se
in fondo sono abituato alla gente che prova ad abbordarmi … eh, sono queste le
pene sofferte da chi è troppo bello)
“Forse la
conosce, è la signorina…”
Elenco la
terza stronzata e poi esplodo.
Non ho la
ragazza. Non ho MAI avuto la ragazza. Spiegatemi che gusto c’è a stare con una
persona sola alla volta quando puoi averne cinque o sei… anche tutte in una
notte! Naah, è troppo bello e comodo avere un proprio
harem personale. Ma io, essendo io, non posso di certo essere un cosiddetto puttaniere, indi per cui devo per forza avere una ragazza,
e non certo una normale, ma una perfetta bambolina di qualche altra famiglia
del cavolo simile alla mia. Che schifo assurdo.
Appurato
questo, esplodo.
“SENTI,
CHECCA DEI MIEI STIVALI, SE STAI CERCANDO QUALCUNO DA TROMBARE, HAI SBAGLIATO
PERSONA, CAPITO?! QUEL CHE FACCIO NELLA VITA SONO CAZZI MIEI, NON SO PERCHE’ TE NE DOVRESTI INTERESSARE!! INDI PER CUI, SE CI
STAI PROVANDO CON ME, E CREDI CHE IO CI STIA, HAI SBAGLIATO DI GROSSO I TUOI
CALCOLI, QUINDI SE HAI TANTA VOGLIA DI SCOPARE O TI CHIUDI IN BAGNO A SPARARTI
UN PAIO DI SEGHE O ESCI DI QUI E VAI A PAGARTI UNA PUTTANA, O UN TRAVONE A
SECONDA DEI TUOI GUSTI SESSUALI!!”
Lo guardo
negli occhi. E’ realmente sconvolto – e credo gli sia decisamente passata la
voglia di sapere altre cose sul mio conto. Ottimo.
Sono un
maledetto genio del male.
“Dicevi, daddy?” sorrido, tutto zucchero, come se niente fosse
successo.
E la serata
è appena iniziata.
Sono tutti
riuniti in salotto, a discutere con i miei genitori. Ogni cena di lavoro si
conclude così, a discorrere di argomenti che non c’entrano un accidente con il
motivo per cui tutti quei vecchi sono venuti qua.
Sto per
andare in camera mia, passando davanti alla sala, quando sento pronunciare il
mio nome da mia madre.
“… mi
dispiace veramente per il comportamento tenuto prima da Jimmy”
Ah, bene,
hanno cominciato il solito elenco di scuse per il mio “abominevole
comportamento”. Bah, chi se ne frega, non ho proprio voglia di stare a sentire
sempre le stesse idiozie. Per una buona mezz’ora ho la casa a disposizione.
Mmh … e
chi se ne frega pure di questo. Non ho voglia di fare nulla. Ora vado in camera
e mi stendo, aspettando da bravo bambino che i miei genitori vengano a
rimproverarmi – mille parole buttate al vento, e lo sanno anche loro, ma
continuano, convinti che un giorno mi redimerò e diventerò un bravo
chierichetto. Ma vaffanculo.
“Jimmy,
devi per forza comportarti ogni volta così con i nostri ospiti?”
Oh, ci
hanno messo più del previsto. Un’ora e un quarto. Uao.
“Sì, mamy, perché?”
“Perché ci
hai seriamente stufato, James”
Ma allora
mio padre non ha seriamente capito nulla. Non gli è bastato il calcio? Vuole
fare a pugni? Magari gode anche … uhm, non sapevo di essere imparentato con un
sadomasochista.
Scendendo
giù dal letto, mi paro davanti a lui, prendendolo per il colletto della camicia
e sollevandolo di un paio di centimetri (è proprio un nano …).
“Ti ho
detto milioni di volte quanto odio essere chiamato così … ti devo picchiare per
fartelo capire?”
“Jimmy, ora
smettila …”
La mia
genitrice non fa in tempo a dire nient’altro che il topo ha già risolto la
situazione. Mi ha tirato un pugno in faccia. E non ci è neppure andato giù
leggero – non credevo fosse così forte quello sputo d’uomo alto un metro e una
lattina circa …
“Ma che
cazzo ti è saltato in mente?!”
Non mi
risponde neppure che già mi ha costretto contro il muro, a ricevere i suoi
pugni in viso e in pieno stomaco.
“Hai
cominciato proprio a rompere troppo, moccioso” sibila, mentre un destro sulla
guancia mi costringe a terra, a sputare sangue.
Okay, ora
comincio seriamente ad arrabbiarmi… nessuno, e ripeto, NESSUNO deve permettersi
di toccarmi senza il mio esplicito consenso, tanto meno di picchiarmi.
Mi alzo di
scatto, sbattendolo a terra, salendo sopra al suo corpo reso inerme per qualche
secondo dalla caduta.
“Come la
mettiamo, ora?”
Sto per
sferrargli un cazzotto in pieno viso, ma vengo fermato da mia madre, che mi
fissa con le lacrime agli occhi.
“Fuori…”
“Cosa?”
”Fuori da questa casa, Jimmy. Io e tuo padre…” inizia lei.
”Vogliamo che tu te ne vada. Non resistiamo più” conclude lui, più duro e
deciso.
… che cosa?
Mi alzo, sconcertato da quelle parole, e li osservo.
“State
scherzando, per caso? E’ un nuovo tipo di punizione? Volete mettermi paura?”
Cos’è quel
tono che esce dalle mie labbra? E’ quasi… spaventato.
Impossibile.
Io non ho paura di nulla. Tanto meno di due vecchi che cominciano a sparare un
po’ troppe cazzate. Probabilmente è colpa dell’età,
per questo delirano.
“No,
vogliamo davvero che tu esca da questa casa” risponde mio padre, serissimo.
Okay. Okay.
OKAY.
Va bene.
Vogliono
davvero questo? E così sia.
Non sono
arrabbiato.
“Ah,
davvero?! D’accordo!! Un attimo che preparo la borsa con le mie cose… anzi, me
ne vado subito!!”
Non sono
deluso.
“Fate
sempre così coi vostri problemi?! Li prendete e li scaricate appena vi rendete
conto che sono troppo grandi per delle nullità come voi?! Bravi, ottimo esempio
di esseri umani!!”
Non sono
triste.
“Proprio…
degli ottimi genitori… ma andate a cagare…”
Testa alta,
senza degnarli di uno sguardo, esco dalla mia camera, per poi prendere l’uscio
fuori di casa, sbattendo violentemente la porta, così da lasciare l’ultimo
segno della mia presenza facendo – spero – cadere qualche pezzo d’intonaco.
Se non mi
vogliono, non mi vedranno mai più.
Ci perdono
loro, mica io.
La mia vita
è un eterno casino.
Nella mia
testa c’è un eterno casino.
Nella mia
casa c’è un eterno casino.
Ovunque
vado c’è un eterno casino.
Che palle.
“Ma perché
questa casa deve essere SEMPRE ridotta un macello?!”
Sbraitare
in casa nostra è un segno di buongiorno, o comunque una specie di sinonimo. E
di solito a salutare al mattino sono sempre io. Mi sta venendo una seria crisi
isterica nel vedere quella bella donna, dai lunghi capelli biondi sparsi
disordinatamente sul divano dov’è comodamente stravaccata, che dovrebbe essere
in teoria il mio unico parente ancora in vita – ma spesso mi sono domandato se
abbiamo seriamente anche solo una goccia di sangue –, far passare i postumi di
una sbronza decisamente forte, con un colorito da vampiro – anzi, da vampiro
barbone –, le occhiaie sotto gli occhi che fra poco raggiungono le ginocchia,
la minigonna quasi del tutto tirata su come per mostrare al mondo l’ultimo
completo intimo nero di pizzo che si è comprata grazie ai soldi dell’ultimo
fidanzato ( Brad? Brian? Billy?
E chi se lo ricorda più… ), il corpo formoso di donna matura alla mercé di
qualsiasi sguardo – per fortuna che le finestre sono chiuse, altrimenti darebbe
spettacolo a tutto il vicinato. E se solo una delle donne che abitano vicino a
noi vedesse mia madre in questo stato, in una ventina di minuti tutta la suburbia lo saprebbe. Raggiunta una certa età, sembra che
le donne non vivano d’altro che di pettegolezzi… e, giuro, un’ennesima diceria
maligna – in fondo veritiera, ma che comunque passando di persona in persona
diverrebbe di sicuro acida e bastarda, immensamente modificata con inverosimili
e discutibili aggiunte di particolari inesistenti per rendere il pettegolezzo
più interessante agli occhi e orecchie di queste zitelle inutili – è
decisamente l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno.
“Jesus, per
favore, non urlare…”
E alza pure
gli occhi al cielo (ecco, gli occhi sono forse l’unica cosa che ci accomuna e
unico particolare che può rendere verosimile la nostra parentela: stessa forma,
stessa grandezza, stesso identico verde), come se fossi IO quello messo male!!
A volte vorrei ucciderla, soprattutto perché mi fa venire l’esaurimento nervoso
un giorno sì e l’altro pure…
E poi c’è un’altra
cosa che non sopporto di lei: il fatto che mi abbia chiamato Jesus. Gesù!! Mi ha dato il nome più cristiano che potesse trovare
e non le passa nemmeno per il cervello di chiamarmi semplicemente Jes, che è
sicuramente più normale come nome. Ma per Dio, lei e mio padre potevano
trovarmi un nome un po’ più decente… MA NO, loro dovevano per forza chiamarmi
come quello che adorano che, naturalmente, non poteva essere un attore o un
giocatore di basket!! Ma non potevano fare come tutti i genitori normali e
chiamarmi come un cantante?! Mi sarebbe anche andato bene di avere il nome in
comune con Freddy Mercury…
anche con George Michael… alla fin fine mi andava
anche bene un nome da fumetto, come Clark… no, devo
chiamarmi come il figlio di Cristo!! Al diavolo!! Come se già tutto non facesse
abbastanza schifo!!
“Sì, per
Dio!! Ho mal di testa…”
Ti credo.
Quante bottiglie di vino e birra si sarà scolata? Una ventina? Per quanto ne so
non ha mai superato il record di venticinque… chissà se ieri sera è stato il grande
giorno? Bah.
“Ma che
bella novità, mamma…”
“Allora, se
lo sai, potresti avere un po’ più di riguardo verso di me!!”
“Dovrei?”
“Sì, caro,
e visto che ti lamenti tanto potresti aiutarmi e mettere un po’ a posto anche
te…”
Ma questa è
pazza. Chi crede che sia, il suo servo? Ne ho le palle piene di dover badare a
lei, Cristo.
“Neanche
morto”
Ora mi sono
seriamente rotto. E’ inconcepibile che IO sia l’adulto e lei la marmocchia a
cui stare dietro. Un po’ di serietà, diamine.
Furioso –
con lei, con me stesso e col mondo – apro la porta e me ne vado, ignorando
totalmente le urla d’aiuto di mia madre. Che se la cavi da sola ogni tanto.
Camminare
mi aiuta a ragionare, a raffreddarmi quando sono troppo teso, a pensare, a
rendermi conto di quanto odi questo mondo. Beh, proprio tutto forse no… ma
questa parte, quella in cui sono tuttora costretto a vivere, sì.
Marciume,
ipocrisia, falsità ovunque. Non c’è una persona che, dopo averti stretto la
mano, non sputi sulla terra dove hai camminato. Mi viene il vomito. E’ tutto
fin troppo nauseante. Come tutti quelli che prima sorridono a me e a mia madre,
dicendo di avere così tanta pena di me, “povero orfano”, e di lei, “povera
vedova” – ma non passano dieci minuti che il sorriso si trasforma in una
spregevole smorfia di disgusto e io divento “un teppista del cazzo che finirà
morto di overdose come il padre e che non troverà mai un lavoro decente, non
andando mai a scuola”, mentre la mia genitrice si tramuta in “una lurida
puttana che non fa altro che aprire le gambe al primo riccone che passa”.
Quando era
vivo papà non era così. Quando c’era lui il mondo mi piaceva. Tutti, nel
quartiere, ci trattavano bene. Veramente, non solo per finta. Ammiravano mio
padre – ottimo dottore e religioso praticante. Anche mia madre non era così,
come è adesso. Era una brava ragazza – sì, ragazza, perché non aveva che venti
anni, come papà, quando sono nato –, allegra, forse un po’ fannullona come ora,
ma comunque un’ottima persona. Quando arrivarono i primi guai, però, anche per
questa famiglia fu la fine. O inizio della fine, per essere più teatrali e
scontati.
Mio padre
comincia a intossicarsi per non so che dannato motivo, crepa in un vicolo
infestato da topi, mia madre cade in depressione, si dà all’alcoolismo,
abbandona anche lei la vita di prima per il dio alcool.
Brevemente
la storia è questa.
Io che
ruolo ho in questa squallidissima commedia da teatro di quint’ordine?
Quasi
nessuno. Sono solo la macchietta che lascia l’odiata scuola per cercarsi un
lavoro e tirare avanti. La macchietta esasperata il cui vaso traboccherà alla
prossima goccia e fuggirà via, sperando di trovare sul suo cammino un treno che
l’ammazzi.
Che
tristezza infinita.
Non riesco
a essere molto positivo quando sono girato male. E ora sono MOLTO girato male.
Talmente girato male che se fossi investito in questo momento e uno mi
salvasse, manderei a fanculo il mio salvatore. Così
girato male che sono pronto a mordere chiunque mi rivolga la parola. Credo di
emanare un’aura assai negativa, come quella blu o nera dei cartoni animati.
Sarà per quello che non vedo in giro un’anima viva – ma neanche morta. Dire che
di solito c’è una tale confusione nei dintorni che per avere un po’ di silenzio
bisogna minacciare la gente con una pistola. Abbastanza odioso e volgare – sia il
casino che il modo della minaccia.
Bene, uno
straccio di parco, finalmente. Il luogo per eccellenza dove mi posso rilassare.
Parco, poi…
è una parola un po’ troppo grossa per un mezzo quadrato di area verde dove si
spaccia droga anche a quelli che frequentano le elementari e gli ultimi bambini
che hanno giocato sulle altalene hanno poi fatto
Avrò fatto
bene a sedermi su ‘sta vecchia sedia arrugginita, o rischio qualche malattia?
Potrei anche rischiare l’AIDS, chissà quanti ci hanno scopato qua sopra…
rabbrividisco al pensiero – non della malattia, ma di due esseri viventi che
copulano allegramente nel punto esatto dove ho posato le mie belle chiappe.
“Oh, Dio in
miniatura”
E te pareva
se il mondo può andare a farsi fottere quel paio di minuti necessari al mio
cervello per rilassarsi… cazzo, oggi sono proprio isterico.
‘Dio in miniatura’ è un odiosissimo soprannome che alcuni coglioni mi hanno rifilato sempre per via del nome assurdo
che mi ritrovo. Che paaaaaalle.
Oggi sono
quattro, tutti con la divisa della scuola privata qua vicino (mai saputo il
nome), con un’espressione da stronzissimi figli di
papà stampata in volto. Mi si sono parati davanti, come un muro. Ma non hanno
niente meglio da fare che rompere le scatole a me?
“Buongiorno,
Morrison” sorrido al tipo che mi ha parlato, quello
che viene considerato il capo del quartetto di deficienti: capelli biondi
corti, viso lungo, occhiali stretti come gli occhi, alto, esile, estremamente
innamorato di sé stesso. Estremamente spaccone. Estremamente rompicazzo.
“Tua madre
batte sempre sotto lo stesso lampione?” mi domanda con un tono e un ghigno
disgustoso, scaturendo le risa degli altri tre “Sai, io e mio padre dovremo
passarci un giorno di questi, e quindi…”
“Oh, ora
che mi sovviene, a proposito di tuo padre… Morry,
caro, devi riferirgli da parte mia…” lo interrompo, prendendo a ribattere,
alzandomi in piedi e fissandolo negli occhi, sorridendo voluttuosamente “…deve
cominciare a portare LUI i preservativi e anche a lasciarmi un po’ più di
mancia. Sai, io con quel mestiere ci campo, ma Douglas
è molto tirchio ed è dura poi arrivare alla fine del mese… ci metti una buona
parola tu per me, mh? Ah, poi devi dirgli che sono
abbastanza stufo di tutti quei lavori di bocca, mi si screpolano le labbra ed è
un brutto affare, sai...”
Uno dei più
grossi difetti di questi imbecilli è che non sanno stare allo scherzo e non
sanno ribattere. L’unica cosa che sanno fare è rispondere con le botte.
Difatti…
Paonazzo,
mi tira un pugno in pieno viso.
“Mio padre
non è certo un finocchio come te, Dio del cazzo!!”
Che
spettacolo ridicolo.
Mi sanguina
il labbro – sento il gusto acido e metallico del sangue sulla lingua. Che odio.
“Primo: mi
chiamo Jes, buzzurro analfabeta” replico, duro “Secondo: non sono mica gay, io.
Bisessuale, grazie” aggiungo, tornando al sorriso precedente “Che c’è, ti dà
fastidio? Temi che potrei ricambiare la tua fatale attrazione verso di me,
tesoro?” finisco, avvicinando il mio viso al suo. Lungi da me la reale
tentazione di toccarlo, ma sono curioso per la reazione che, prevedibilmente,
avrà.
Infatti, mi
molla un altro pugno, facendomi cadere a terra. Prevedevo che i suoi tirapiedi
mi bloccassero per far sì che lui si sfogasse su di me indisturbato, ma così
non accade. Strano, allora leggermente imprevedibile sa essere, uao.
“Ma la vuoi
smettere di picchiarmi? Mi rovini il mio bel faccino… e poi non siamo ancora
così intimi per passare al sadomaso…”
“Smettila
di sparare stronzate, sottospecie di finocchio di
merda!!”
Uhm,
effettivamente la figura del frocio la sto seriamente
facendo… e dire che di solito odio certe battute deficienti… ma un’eccezione
ogni tanto si può fare, e questo coglione mi strappa
certe battutacce dalla bocca, anche se non mi piace proprio dovermi abbassare
al suo livello e mostrarmi immaturo come lui… ma c’est la vie.
“Ti
converrebbe non farti più rivedere in giro, dopo queste tue uscite…”
“Lo dici
ogni volta, ma poi non puoi fare a meno di cercarmi…”
“Smettila
di sparare cazzate!! Io fossi in te mi preoccuperei
di tua madre, più che di me…” ecco, ha riacquisito il suo ghigno rivoltante
“Quando siamo passati si sentivano certe urla… ho proprio idea che mi servirà
prendere il numero come al supermercato, per scoparmela…”
In questo
momento, tutto il mio essere spera vivamente che questo pezzo di merda che ho
davanti abbia solo voglia di farmi arrabbiare… perché altrimenti appena arrivo
a casa spacco la testa a mia madre. Per Dio, neanche mezz’ora fa stava morendo
per la sbronza, non è possibile che già abbia telefonato ad uno dei suoi uomini
– o che uno di loro sia già andato a trovarla e che lei abbia accettato, tutto
è possibile – per fare del sesso… non è umanamente possibile, né tanto meno
accettabile.
“Che c’è,
Dio, non mi credi? Vuoi andare a controllare di persona? Forse arrivi in tempo
per goderti la fine dello spettacolo…”
“Crepa, Morrison”
Queste le
ultime parole sibilate, mordendomi il labbro inferiore, a quel figlio di
puttana, per poi cominciare a correre in direzione di casa mia. Non voglio –
non posso – pensare. A nulla. L’unica cosa che voglio ben tenere delineata in
mente è il niente più assoluto e vuoto e riposante per il mio povero cervello
stanco.
Non voglio
pensare che con tutta probabilità quella che l’idiota mi ha sputato in faccia è
la verità. Mi viene il vomito alla sola idea. Ma non ci vuole molto per tornare
alla mia stamberga – non sono andato molto lontano, prima – e rendermi conto
che, in fondo, le cattiverie sono sempre vere.
Mi basta
traversare la porta e trovarmi in soggiorno per essere costretto ad uno
spettacolo a cui sono fin troppo abituato. Non posso resistere più di due
secondi a quest’orribile commedia infinitamente squallida e vomitevole. Non ho
la minima intenzione di rimanere un attimo di più in questa casa di pazzi. Non
ce la faccio più.
Come un
fulmine mi dirigo in camera mia per fare i bagagli, in tre secondi decido che
la nausea è troppo forte per permettermi di rimanere ancora, quindi risolvo che
me ne vado senza bagagli. In giro troverò pur qualcuno a cui spillare qualche
soldo, e che cavolo – okay che la sfiga mi perseguita, ma spero non fino al
punto di lasciarmi morire di fame sotto qualche ponte puzzolente infestato da
barboni e ratti.
Nuovamente
passo davanti alla mia genitrice e al suo amante senza volto né nome.
“Io vado
via, mamma”
Sembra che
le mie teatrali parole abbiano sortito l’effetto esatto. Mia madre sembra
uscire dal coma, scende dal divano e mi rincorre, coperta solamente da un
lenzuolo, talmente corto che probabilmente risale a quand’ero un moccioso – ma
almeno serve a coprire per un minimo le parti intime della donna.
“Dove vai, Jesus?”
Che domanda
sciocca e inutile. Come se non l’avesse capito. La detesto quando fa la finta
tonta.
“Via,
mamma. Non so dove e non so se tornerò. Anzi, non torno proprio” sto usando un
tono estremamente calmo, ma freddo come il ghiaccio. Non so se lo voglio o no,
ma sembra avere l’effetto desiderato; si è fatta pallida, non so per quale
ipocrisia spuntatole al momento “perché mi sono seriamente rotto le palle di
dovermi preoccupare di tutto e di occuparmi di te, cazzo. Ma tanto, anche se
non ci sono io, ci sarà uno dei tuoi mille amanti a farti da balia, no?”
Irritata,
infuriata, offesa, mi tira un forte ceffone sulla guancia destra. Che ipocrita,
cos’ha da sentirsi ingiuriata? Tutto ciò che ho detto è vero, maledizione.
“Non
parlare così a tua madre!!”
“Perché,
sei una madre? Sei una bambina che FINGE di esserlo. Per Dio, mamma… basta, me
ne vado e NON ROMPERE”
Vorrebbe
ribattere, lo so, ma mi rifiuto di sentire ancora una mezza sillaba provenire
dalla sua bocca.
Attraverso
la porta e il minuscolo recinto che circonda la casa e sono in strada. Faccio
passi lunghi per essere lontano il più presto possibile. Non so se mia madre mi
sa rincorrendo, o se mi ignora, o se è stata trattenuta da quell’uomo che non
avevo mai visto – sarà uno nuovo. Sinceramente non me ne frega nulla. Non me ne
frega niente delle sue urla, delle sue dichiarazioni d’improvviso affetto – se
devo essere oggettivo, credo che mi voglia bene, ma dovrebbe imparare a
dimostrarlo –, di tutto quello che sento. L’unica cosa che m’importa è
camminare, camminare, camminare, uscire da questa città e basta. Non so come
finirò, se morirò fra sei ore, se troverò qualche vecchio disposto a mantenermi
o se mi troverà qualche maniaco sessuale pronto a stuprarmi…
( “Et-chuu!!”
“Hai il raffreddore, Jimmy?”
“No, Mary… qualcuno starà parlando di me…
starà dicendo che sono un figo, probabilmente… anzi,
sicuramente!”
“Sì, Jim, hai ragione te…” )
…a me basta
essere lontano da qui. Quel che mi succederà è secondario.