Sera. Anzi, oramai notte inoltrata – che mi sia permesso, nella mia più totale confusione mentale, di non essere in grado di distinguere questi due periodi del giorno. Bisogna darmi ragione, poiché si dà sempre ragione ai pazzi e io non posso più far finta di disperdermi nella folla dei sani di mente.

Il silenzio, di cui la mia stanza da letto è impregnata da ore, è così denso ed assoluto da rendere quasi assordante il rumore del tuo respiro.

Ti sei addormentata sbronza, amica mia. Sei così debole all’alcool, ma prontamente ogni volta te lo scordi, ogni volta che vieni da me.

Le tue labbra puzzano d’alcool; precisamente, di sei bottiglie e mezzo di Ceres. Ti piace ubriacarti, per concederti totalmente all’oblio, quell’amante tuo preferito, il primo e l’ultimo a cui dare tutta te stessa – la tua anima in cambio del nero, dell’incoscienza più totale e completa, quella in cui ti piace tuffarti senza chiudere il naso, per farla più tua, per perderti meglio al suo interno, dormendo per tutta l’eternità concessati da quegli attimi.

Pensare che non ne hai nessun, serio motivo.

Sei semplicemente come una bambina a cui piace riempirsi la bocca di parole e concetti di cui non comprende a pieno il significato, ma che tanto la fanno apparire matura, una primadonna capricciosa come la Carlotta che vuole tutto il palco per sé, ogni occhio pronto a mirarla nella sua più splendente bellezza, ogni palmo pronto a darle il plauso che esige pestando i piedi per terra.

 

E’ sabato; il nostro solito ritrovo, il nostro solito festino, per concludere al meglio una sfiancante settimana di lavoro.

E’ estate e la finestra è aperta: un venticello leggero, orfano e sperduto, ci fa dono dei ricordi dei suoi viaggi: odore di rose, margherite ed erba appena tagliata. Malizioso, esso decide di toccare il tuo corpo, seminudo, coperto di un sottile e leggero strato di sudore lucente – perle trasparenti tra i suoi seni color biscotto.

La tua è una bellezza mediterranea, che sa di fichi d’india e limoni, di Marsiglia, di salsedine e arance rosse.

 

Bambina, donna, moglie, madre e amante.

L’unico mio desiderio, essere l’ultima di queste cose.

Oppure prendere il posto del tuo bambino quando, vorace, affamato ed egoista come solo gli infanti hanno capacità d’essere, pretende il tuo latte.

 

Sono l’ultima delle femmine, la più indegna e la più piccola, la più miserabile e la più sporca, un’immonda, lurida puttana che desidera fare l’amore con la sua migliore amica una, due, mille volte in una notte, insaziabile come una fiera, l’ultima delle vergini cortigiane, delle sante troie, che ti immagina – e ti vuole – sotto al suo corpo, calda e sudata, a contorcerti per il piacere, col suo nome sulle labbra gonfie, a scioglierti al tocco delle sue dita infuocate.

 

Io so cosa ti fa eccitare, bambina: il corpo di un uomo virile, la sua voce profonda, le sue braccia forti, il torace scolpito, le labbra pronunciate, i lineamenti duri, scolpiti sapientemente nel legno più bello.

Ma tu non sai che, per farmi raggiungere l’orgasmo più pieno e soddisfacente della mia vita, basterebbe perdermi tra le sue gambe. Tornare, sotto forma di feto, nel tuo corpo – vivere in te.

 

Ma questo non potrai mai saperlo, mai.

Scapperesti.

Ti farei paura. Schifo.

Perché sei solo una bambina che trema quando il suo piccolo mondo viene solamente incrinato – e nel tuo regno di favola, Biancaneve, quelle come me non sono neppure calcolate, nominate, non esistono, oppure sono in catene, segregate nelle umide cantine del castello.

 

Un movimento.

Ti mordi le labbra e mugoli. Poi cambi lato, ti strofini le cosce.

Hai caldo? Non immagini quanto ne ho io.

Mia sirenetta, stai sognando tuo marito? Sogni la tua casa perfetta, con i gerani alla finestra, i cespugli di rose perfettamente tagliati e i tulipani nel giardino e un cagnetto bianco che ti addenta la lunga gonna color panna per reclamare la tua attenzione?

Ed io, io compaio nel tuo sogno?

Quanto vorrei entrare nel tuo mondo onirico!

Non ci sono proprio? Forse sono solo una piccola, minuscola macchia nera, che neppure vedi, il giardiniere coi capelli raccolti nel berretto che ti pota le piante silenziosamente e anonimamente, nel silenzio più completo.

Tu, invece, sei onnipresente nelle mie visioni notturne e diurne: la mia madonna con la pelle bronzea, i lunghi capelli neri, come velluto pregiato, e gli occhi come pozzi neri. Hai sempre vesti diverse, ogni volta una principessa differente. Io sono sempre, invece, il tuo principe in gonnella, che riesce sempre a baciarti.

 

Come vorrei farlo ora, ora che nessuno ode né vede, nessuno guarda né giudica, nessuno osserva né impedisce.

Ma sarebbe come una violenza o, almeno, io la considererei tale, e non la posso attuare, non sopporterei il peso d’averti preso qualcosa nel sonno, senza che tu voglia, in quei frammenti di tempo in cui non sei che una bambola ingenua ed indifesa.

Non posso continuare a starti accanto, ora che il tuo corpo si offre ai miei occhi esasperati così innocentemente. Perché altrimenti perderò totalmente ciò che mi rimane del cervello.

Devo alzarmi, almeno andrò a dormire sul divano, evitando di venire a sproposito.

 

“… che fai, Vale?”

La tua voce acuta, fatta per metà di sonno, mi fa una domanda così banale, scontata, troppo noiosa per sprecare voce per rispondere.

“Niente, Sara. Dormi”

“… okay…”

Sbadigli. Vedo i tuoi bei denti, perfetti grazie ad un dentista a cui hai mandato i figli all’università.

Collo lungo e bello, ancora sudato.

Gli occhi, come attirati automaticamente, come presi con la forza dalle tenaglie del desiderio, cadono sul solco trai seni. Come ripugnata da ciò che io stessa bramo, mi costringo a ritornare alla tua bocca.

Hai le labbra color pesca, a forma di cuore, bellissime. Il labbro inferiore è leggermente sporto di fuori. E’ dolce ed invitante, e come un ordine mi costringe a saggiarne la veridicità del sapore che ostenta.

 

*Sono la più stupida, la più idiota, la più imbecille delle donne*

 

“Che cazzo fai?!”

 

Una spinta – sono a terra, le mani che saggiano l’intero freddo del pavimento.

 

“Che diavolo ti salta in mente, stronza?!”

 

Mi piego su me stessa, mi copro la faccia con le mani, come se volessi piangere. Eppure, nessuna lacrime percorre le mie gote. E’ come un gesto impulsivo, senza senso.

Continui a strepitare, bambina, ma io ignoro ogni tua parola, le rifiuto, le mie orecchie si sono coperte in modo che nessuna tua sillaba arrivi ai miei timpani stremati.

 

D’improvviso, ti fermi.

 

Sento un rumore a me già fin troppo familiare.

Perciò mi alzo, giusto nel momento esatto per vedere te che ti precipiti nel bagno. Ti seguo, ti reggo mentre ti svuoti di tutto quel che hai ingurgitato nel corso della giornata.

 

*E dopo il tuo male fisico, c’è la mia gogna psichica*

 

“… che … è successo… prima?”

 

Col cibo, hai vomitato anche i ricordi, per di più recentissimi?

Non ignorare, sciocca infante, distruttrice di memorie.

 

“Niente, tesoro. Torniamo a letto, che non stai per nulla bene…”

Ma se sono la prima a farlo, è forse possibile pretendere che non lo faccia lei, la bambina protetta dal mondo, nata nei merletti per fare l’amore – che non sia lei la prima a calpestare i ricordi?

 

Ti aiuto a coricarti. Morfeo, amante perfetto, non ci mette nulla a possederla di nuovo.

Dormi, bambina, e che la notte ti culli.

 

Dio, proteggila da me.

Dio, proteggi anche me. Proteggimi da ciò che voglio.

Dio, cancella in lei il ricordo di stanotte, perché non mi si ripresenti più davanti il suo bellissimo volto deformato dal disgusto.

Dio, proteggila dal mio lordume.

Dio, se ti rimane tempo, proteggi anche me, perché non ricada più nella lussuria delle mie voglie.

Dio, proteggimi da ciò che voglio; da le, dal suo corpo, dalla sua anima.

Dio, rinchiudimi in un castello circondato di rovi, cosicché possa essere salvata da un principe in calzoni.

Dio, proteggimi.

Aiutami.

Annullandomi.